Nicola Andretta / compagnia Bestoj

Regia Nicola Andretta
Autore Nicola Andretta
Interpreti Alice Spisa, Maria Chiara Cavazzoni Pederzini, Federico Palmieri, Joshua Isaiah Maduro
Sound designer Federico Trimeri
Scenografia e ideazione luci Saggion/Paganello
Disegno luci Davide Stocchero

L’ospedale ci accomuna tutti: ogni persona ha passato e passerà del tempo al suo interno. L’ospedale è l’inizio e la fine di quasi tutte le vite, ma per qualcuno si trasforma in un labirinto di porte aperte. In una stanza del reparto malattie neurologiche la luce entra fioca e grigia. Quattro personaggi bloccati in un presente sospeso vivono ripetendo ricordi e attese, nella speranza di un miglioramento della loro condizione di vita.  Due pazienti, X e Y, soffrono di una patologia degenerativa mai nominata esplicitamente. Mentre la malattia di X lo rende quasi del tutto inabile al movimento, ma mantiene intatte le capacità di pensiero, Y invece non è in grado di elaborare un pensiero articolato ed entrambi si appendono alle cure e alle poche certezze che un’infermiera e un medico si sforzano di offrire. Ogni giorno un paziente di questo reparto deve lottare contro lo sconforto, i sensi di colpa, la solitudine, contro il proprio corpo che perde colpi, una macchina imprecisa in lenta decadenza. Essere Pazienti come condizione esistenziale, affidarsi, lasciare il controllo della propria esperienza. Chi soffre di malattie neurologiche si deve fidare della parola degli altri, ciò che è reale non sono i propri ricordi, ma quelli degli altri. I bordi dell’identità sfumano ascoltando la ricostruzione di eventi che ricordano in modo diverso. Chi sta mentendo? Chi se ne approfitta? Cosa è successo davvero? Questo apre la grande riflessione sul valore della memoria. La scena satura di glitch (errori di sistema, di ripetizioni, indecisioni, interruzioni) si immerge nei rumori dell’ospedale, di una piccola radio disturbata. Lo studio sul suono cerca di riprodurre quel mondo percettivo di interferenze inquinato da acufeni e puntine che saltano sul giradischi. Chiedo allo spettatore di entrare in punta di piedi nell’intimità del disturbo mentale, lievemente come in una stanza di ospedale, e comprendere empaticamente i mondi segreti dei medici, degli infermieri, dei pazienti. La realtà è come la percepiamo, ma se la percezione è fallata, compromessa per sempre, come possiamo abitarla?
I personaggi sono basati su testimonianze e interviste raccolte sul campo, durante il mio periodo di degenza forzata, filtrate e adattate alle necessità del testo. Lo spettacolo racconta la malattia, ma vuole mostrare una disperata, grandiosa voglia di vita, negata, impedita, ma non per questo non presente in ogni momento.


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