di Adriano Ardit
su L’Avocetta, dicembre 2018

Esattamente dopo due anni Lucilla Giagnoni torna al Ferrari di Camposampiero, con Pacem in Terris, cento minuti di monologo serrato su una storica enciclica, precorritrice dei tempi. E come due anni fa lo spettacolo si inserisce fra le manifestazioni del biennale Premio Camposampiero di Poesia Religiosa, dedicato alla memoria di Padre Maria TuroldoUna riflessione su quell’Enciclica oggi è un modo per riflettere su quanto sia cambiato il mondo in questi cinquant’anni e quanto deve ancora cambiare affinché gli ideali di giustizia sociale e progresso materiale e spirituale dell’uomo prefigurati dall’enciclica si concretizzino. La realizzazione dell’individuo nella sua pienezza si può ottenere solo attraverso la pace, come testimonia il significato della parola Shalom, che significa sia pace che interezza.

Gli anni Sessanta sono stati anni di cambiamenti profondissimi che influenzano tuttora il mondo: il laser, il primo trapianto di cuore, la corsa allo spazio, il primo personal computer realizzato dalla nostra Olivetti e soprattutto la rete Arpanet, antesignana del Web e primo passo verso il “villaggio globale” che caratterizza i nostri tempi., Gli anni dei Beatles, della minigonna e di Woodstock, ma anche del Vietnam o di Jan Palach che si dà fuoco dopo la repressione della Primavera di Praga. Gli anni della crisi dei missili di Cuba: il mondo a un passo dalla terza guerra mondiale, ed è proprio la mediazione di Papa Giovanni, con un messaggio rivolto a Kennedy e a Kruscëv, a scongiurare il peggio.

La Pacem in Terris nasce dalla consapevolezza di tre cambiamenti epocali: l’ascesa delle classi lavoratrici, l’ingresso della donna nella vita pubblica, la fine della distinzione tra popoli oppressi ed oppressori. Tre condizioni simboleggiate dal gesto di Rosa Parkes, la donna di colore che in un bus in Alabama rifiutò di cedere il suo posto, dando avvio alla fine della segregazione razziale.

L’enciclica prefigura lo stato sociale, parla di diritti inalienabili dell’uomo, di libertà religiosa, del diritto fondamentale all’istruzione, avversato da tutti i totalitarismi, perché la consapevolezza data dalla cultura fa paura, come ha ricordato Malala Yousafzaipremio Nobel per la pace nel 2014. Quella di Papa Giovanni non è una bontà ingenua, bonaria, “buonista” ma una bontà consapevole, che bolla la guerra come aliena a ratione poiché, come affermò il suo predecessore, “nulla è perduto con la pace, tutto può esserlo con la guerra”. Una bontà attiva, operante, perché “Se Dio non può aiutarmi sarò io ad aiutare Dio“, come afferma nel suo Diario Etty Hillesum, vittima dell’Olocausto.

Il monologo, completato dall’accompagnamento lieve e discreto delle musiche di Paolo Pizzimenti e dei video di Massimo Violato, tocca il suo momento di più intenso lirismo nello straziante lamento di Andromaca, dall’Ecuba di Euripide, sul corpicino del figlio Astianatte, ucciso dagli achei in un gesto di inutile, estrema e vigliacca crudeltà, simbolo di tutte le uccisioni di innocenti e dell’insensata atrocità delle guerre. 1L’autrice al termine, salutato dai calorosi applausi del pubblico, ha voluto raccontare la curiosa genesi di questo brano teatrale, nato un po’ per caso grazie a un incontro, quasi voluto dal destino, con Padre Ravasi, che l’ha incoraggiata a portare in scena questo testo, mettendola in contatto con Giannino Piana per la consulenza teologica.

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